

VISTE IN TRASPARENZA / Martin Hreha / 10.10. – 06.11.2026
Riduzione, purificazione, ridondanza, sterilità del gesto d’autore, specificità dei materiali industriali, accettazione dello spazio negativo, armonia tra forma e materiale: tutti questi sono tratti ben noti delle opere minimaliste. Uno dei principali esponenti del minimalismo, Donald Judd, nel suo testo del 1965 Specific Objects, ha tratto dai limiti della critica del medium pittorico i principi fondamentali della „nuova opera“. Insieme ad altri pionieri di questa corrente, essi non solo hanno contribuito a liberare le arti visive dai vincoli della bidimensionalità della pittura, ma sono riusciti a scoprire anche qualcos’altro: il corpo dello spettatore che si muove nello spazio; un corpo che compie un’azione del tutto particolare − la percezione.
Le qualità formali delle opere di Martin Hreha (1991), presentate nella sua prima mostra personale in Italia Viste in Trasparenza, inducono a identificarle con il primo minimalismo e con le tendenze del dopoguerra. La strategia artistica di Hreha contiene in effetti, a una prima occhiata, una certa sobrietà formale, l’uso di materiali industriali o la deliberata soppressione dell’espressione d’autore. Anche in questo caso, tuttavia, la lettura dell’opera attraverso il prisma degli stili o delle tendenze storiche ne indebolisce l’unicità. Martin Hreha accenta nella sua produzione un’intensa esperienza sensoriale. I disegni verticali di grande formato richiedono letteralmente la presenza fisica dello spettatore.Per suggestione e impatto emotivo, essi sfidano qualsiasi trasmissione digitale. La sua inclinazione verso un’arte riduttiva, l’uso del colore all’interno di una gamma ristretta, l’esclusione di tutto ciò che apparirebbe superfluo, il rispetto per la tradizione e la sua autentica conoscenza: tutto questo lo rende una figura solitaria e singolare nel panorama dell’arte contemporanea slovacca.
Martin Hreha (1991, Hanušovce nad Topľou, Slovacchia) ha studiato presso la TUKE di Košice (Università Tecnica di Košice), nell’Atelier di Libera Creazione dal 2010 al 2016, e presso la BUT di Brno (Università di Tecnologia di Brno), nell’Atelier di Scultura tra il 2014 e il 2015. Tra le sue principali mostre personali si annoverano: S. Ondrušová e M. Hreha in Sphera presso la Nuova Sinagoga di Žilina (2021); Dolby surround da Photoport a Bratislava (2019); Astrattismo come oggetto liturgico profano alla Galleria O /format di Brno (2017); Senza titolo alla Galleria ABC di Bratislava (2017); Profondità dietro la superficie da Photoport a Bratislava (2017) e Stabili, labili, rituali presso la Galleria Kotolňa di Košice (2015).
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CAUSA ED EFFETTO / Jiří Kovanda / 02.05. – 29.05.2026
Jiří Kovanda è nato il 1° maggio 1953 a Praga ed è un artista ceco attivo nella performance, nelle installazioni, nella pittura e nella creazione di oggetti artistici.
Si è formato come tecnico edile e fino al 1977 ha lavorato come geometra; successivamente è stato impiegato nel deposito della Galleria Nazionale, dove ha operato fino al 1995. Dalla seconda metà degli anni Settanta si è dedicato principalmente alla performance, che documentava inviando fotografie in Occidente. Sebbene il suo lavoro fosse presente in questo modo in mostre all’estero, Kovanda non poteva recarsi a visitarle. Per lui risultavano significativi il confronto con la scena artistica polacca e la collaborazione con i concettualisti cechi. Negli anni Ottanta ha abbandonato la performance per concentrarsi soprattutto sulla pittura. Attualmente si dedica alla creazione di situazioni-oggetto a partire da elementi di uso comune.
Caratteristiche tipiche della pratica di Jiří Kovanda sono la discrezione, la capacità comunicativa, l’umiltà, la sensibilità e l’umorismo. È noto per le sue installazioni e azioni che talvolta appaiono quasi invisibili, ma che mirano sempre a stabilire una forma di contatto.
Ha presentato il suo lavoro in numerose istituzioni e collezioni internazionali, tra cui Tate Modern di Londra, MoMA di New York e Centre Georges Pompidou di Parigi. Dal 2008 dirige l’Atelier di performance presso la Facoltà di Arte e Design dell’UJEP a Ústí nad Labem.
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IL PRIMO ULTIMO / Václav Stratil / 31.03. – 24.04.2026 / a cura di Jiří Ptáček
Nel 1458 il diplomatico ecclesiastico italiano Enea Silvio Piccolomini redasse il trattato latino Historia Bohemica. Alla sua straordinaria popolarità non contribuì soltanto il fatto che nello stesso anno Piccolomini salì al soglio pontificio con il nome di Pio II, ma anche la situazione inedita di un paese che, per la prima volta nell’Europa occidentale, giunse alla coesistenza di due confessioni cristiane. Questo equilibrio, conquistato attraverso sangue e sofferenza tra due dottrine divergenti, rappresentò uno shock per l’Europa. E sebbene anche Piccolomini lo considerasse deplorevole, ne offrì al suo pubblico una testimonianza estremamente complessa e preziosa.
Nonostante gli sforzi dei secoli successivi, non è mai stato possibile cancellare dalla memoria del popolo ceco il ricordo di questa epoca storica. Al contrario, in diversi momenti della storia, i cechi l’hanno reinterpretata, attribuendole un ruolo fondamentale nella costruzione della propria identità nazionale. Gli eventi della prima metà del XV secolo contribuirono inoltre al rapporto piuttosto tiepido della maggior parte dei cechi con il cristianesimo e alla loro profonda diffidenza nei confronti dell’istituzione ecclesiastica.
Il pittore e performer Václav Stratil (*1950) è considerato uno dei più importanti artisti cechi degli ultimi cinquant’anni. È apprezzato per la sua costante intransigenza nella pratica artistica e per la capacità di esplorare i limiti di ciò che viene definito arte. Le sue opere sono provocatorie e al tempo stesso profondamente poetiche. Con la serie Řeholní pacient (Il paziente monastico) 1991–1995, per la quale si recava regolarmente da un fotografo con un piano prestabilito su come farsi ritrarre, ha posto se stesso al centro della propria produzione. Ha iniziato a definire queste immagini “fotoperformance” e, nel tempo, ha progressivamente dissolto i confini tra arte e vita. La vita è divenuta performativa — messa in scena attraverso fotografie, disegni, dipinti o canzoni. In particolare nei suoi autoritratti assistiamo al continuo mutare delle sue identità, talvolta persino giorno dopo giorno. Opere nate in modo impulsivo, ricche di paradossi che tuttavia, nel loro insieme, restituiscono l’immagine di una personalità interiormente complessa.
In tutto questo, Václav Stratil è cattolico. Nella sua opera è quindi possibile seguire una linea chiara di esplorazione della propria spiritualità. Essa comprende la parodia del sacro, la messa alla prova di sé, ma anche ascesi, umiltà e un sottile umorismo.
La mostra Primo/Ultimo è la sua prima esposizione in Italia. A Sanguinetto arriva tuttavia come uomo anziano. Nel contesto intimo dello spazio Grand Tour of Alex, si è dunque rivelato naturale tentare di restituire l’immagine del suo rapporto con la spiritualità e la fede attraverso una selezione di opere emblematiche. Da un lato vengono presentati esempi della vasta serie Řeholní pacient (Il paziente monastico), in cui Stratil si avventura nei confini incerti tra fervore religioso, follia e gioco postmoderno. A essa fanno da contrappunto nuovi piccoli disegni a matita e acquerello, con i quali cerca di catturare un sentimento immediato, un pensiero, un’intuizione visiva. Anche in questi lavori emergono frequentemente motivi cristiani, rappresentati talvolta con umiltà e riconciliazione interiore, talvolta con un’irriducibile tensione verso la trasgressione e la provocazione sociale. Come se anche in lui abitasse una traccia dell’eresia ceca, ma allo stesso tempo, attraverso l’atto del peccato, egli verificasse la purezza del proprio rapporto con Dio.
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THE OBSERVER’S VIEW / Adam Líška & Giuseppe Sciortino / 20.09. – 12.10.2025
Dal momento che nel mio lavoro hanno sempre giocato un ruolo centrale i sentimenti, un tempo tendevo a una rappresentazione molto concreta delle mie visioni. Ma sorgeva un problema nei periodi in cui, al risveglio, il sogno non riaffiorava più nella memoria: in questi casi mi trovavo spesso bloccato davanti a una superficie vuota. Quando invece riuscivo a ricordarlo e a esserne colpito, avevo la sensazione di pensare davvero, e persino di riuscire a muovermi dentro quel pensiero. Non mi rendevo conto che ciò che mi era più vicino era in realtà l’attenzione alla realtà di ciò che vedo nello statodi veglia. Infatti, se non riaffiorano in me momenti o ricordi legati a esperienze vissute, i miei pensieri sono ordinari; in essi, in fondo, non accade nulla che si discosti dalla realtà. Se devo parlare di sogni, posso farlo soltanto in quanto memoria del sogno stesso, che durante l’elaborazione successiva, da sveglio, torna a trasformarsi in quotidianità. Non avevo realizzato che non sono il tipo di persona per cui l’autenticità funziona anche nella rappresentazione del sogno. Dopo questa scoperta ho iniziato, nel disegno, a concentrarmi innanzitutto su ciò che vedo realmente, perché anche attraverso un oggetto comune, di uso quotidiano, è possibile trasferire sulla carta pensieri difficili da descrivere, sensazioni pesanti o ignote, che ho bisogno di vedere in qualche modo. (Adam Líška)
La pittura, mezzo che più di tutti è in grado di articolare lo sguardo, gli permette di esternare gli esiti delle sue riflessioni in immagini che, oltre l’apparenza di una pittura colta, nascondono imprecisioni, traccheggi, rimostranze e insicurezze. La pazienza del pittore solitario, sua vera capacità, che poco ha a che spartire con mitologie romantiche, ma forte di una sapienza artigianale costruita in anni di tirocinio, appiana qualsiasi difetto espressionista sotto la superficie di un dipinto puntiglioso, quasi fiammingo, che nasconde qualsiasi falsa partenza oggi troppo spesso spacciata per opera finita. Il tracciato segnico della pittura contemporanea è molto spesso primitivo, istintivo, spontaneo. Sciortino non lo è: egli è cerebrale, costruito, manierista (nell’accezione positiva e colta del termine), ma non necessariamente in antitesi con ciò da cui, con tiepida determinazione, si distanzia. Nell’architettura delle sue opere infatti, qualche ripensamento rimane visibile: sono le tracce della condizione umana incapace di ottenere una perfezione tanto anelata, a cui Sciortino, finalmente, rinuncia; ne denuncia anzi l’inesistenza tramite questi quadri i cui difetti (per lo più geometrici: prospettive sbilenche, in corso di appiattimento assonometrico) rimangono appena percepibili. (Ludovico Riviera)
Adam Líška è nato nel 1992 a Bratislava. Nel 2021 si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Praga, nell’atelier del professore Lindovský e del docente Smutný. Ha esposto in Repubblica Ceca e in Slovacchia. La mostra The Observer’s View rappresenta la sua prima presentazione in Italia.
Giuseppe Sciortino è nato a Palermo nel 1988. Pittore e Insegnante privato. Diplomato presso l’accademia di belle arti di Firenze nel 2011, città nella quale vive e lavora. Dal 2012 ha iniziato a collaborare con Adriano Bimbi, Mauro Pratesi e Susanna Ragionieri a diverse residenze d’artista e progetti di Pittura a Firenze e in vari comuni del territorio Toscano.
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I SHOULD MUCH RATHER HAVE A HEART / Gréta Fedora Homzová / 14.06. – 05.07. 2025
Gréta Fedora Homzová (2003, Bratislava, Slovacchia) ha studiato Grafica e altri media all’Accademia di Belle Arti di Bratislava (2022–2024). Attualmente prosegue i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Praga, nello studio del pittore Josef Bolf. Ha partecipato a numerosi progetti espositivi, sia personali che collettivi, soprattutto in spazi indipendenti a Bratislava. Nel giugno 2024 ha presentato una mostra personale presso la Galleria 19 di Bratislava.
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L’ESSENZA DOCUMENTARIA / Jana Ilková & Alexandra Barth / 10.05. – 24.05.2025
Il punto di partenza dei dipinti di Alexandra Barth sono per lo più le sue fotografie, che non modifica, conservando quindi l’essenza della loro funzione documentaria. La tecnica dell’aerografo utilizzata (applicazione di particelle fini di vernice con una pistola a spruzzo una sorta di grana di pigmento), combinata con l’enfasi sulla luce e sui piccoli dettagli, le permette di lavorare con l’impressione della realtà fotografica. Ma stiamo ancora parlando di dipinti: dipinti privi di gesto pittorico e di riproduzione oggettiva della realtà. Di immagini al confine tra fotografia e illusione.La selezione di fotografie di Jana Ilková presentata in questa mostra nasce da una serie continua di annotazioni diaristiche. Ilková “non prende appunti” con uno smartphone, ma utilizza una fotocamera di medio formato. Sfrutta al massimo tutte le potenzialità del mezzo fotografico, che padroneggia con grande competenza: luce, composizione, post produzione. Il risultato, unito alla semplicità dei soggetti, dà vita a immagini dall’estetica sorprendentemente inquieta.Ma non è solo l’estetica del quotidiano a legare le opere in mostra. A mio avviso, la vera chiave di lettura sta nel desiderio condiviso dalle autrici di affinare la nostra capacità di percezione.Un invito a soffermarci sul banale, sull’insignificante, sul trascurabile — in un’epoca in cui sembra avere valore solo ciò che è spettacolare, efficiente e impeccabile.
Alexandra Barth (1989 Malacky, Slovacchia) ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti eDesign di Bratislava (2007 – 2013). Ha esposto in numerosi progetti indipendenti e collettivi,principalmente in gallerie indipendenti a Bratislava. Nel febbraio 2020, ha tenuto una mostrapersonale a Pescara, Italia (Fondazione Zimei), 2021- Chris Sharp Gallery Los Angeles, 2022-A- Sud Gallery Pescara, 2023- Mrs. Gallery New York, 2024- Loom Gallery Milano. Attualmentevive e lavora a Sanguinetto (VR).
Jana Ilková (1978 Topoľčany, Slovacchia) ha studiato fotografia all’Accademia di Belle Artie Design di Bratislava. Ha esposto in numerose mostre personali e collettive in Slovacchia eall’estero. Dal 2010 è docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti e Design di Bratisla-va. Nel 2023 la casa editrice Photoport ha pubblicato la sua pubblicazione monografica„DIARY“. Vive e lavora a Hainburg an der Donau (AT).
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