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IL PRIMO ULTIMO

Václav Stratil

31.3. – 24.4.2026

a cura di Jiří Ptáček

Nel 1458 il diplomatico ecclesiastico italiano Enea Silvio Piccolomini redasse il trattato latino Historia Bohemica. Alla sua straordinaria popolarità non contribuì soltanto il fatto che nello stesso anno Piccolomini salì al soglio pontificio con il nome di Pio II, ma anche la situazione inedita di un paese che, per la prima volta nell’Europa occidentale, giunse alla coesistenza di due confessioni cristiane. Questo equilibrio, conquistato attraverso sangue e sofferenza tra due dottrine divergenti, rappresentò uno shock per l’Europa. E sebbene anche Piccolomini lo considerasse deplorevole, ne offrì al suo pubblico una testimonianza estremamente complessa e preziosa.

Nonostante gli sforzi dei secoli successivi, non è mai stato possibile cancellare dalla memoria del popolo ceco il ricordo di questa epoca storica. Al contrario, in diversi momenti della storia, i cechi l’hanno reinterpretata, attribuendole un ruolo fondamentale nella costruzione della propria identità nazionale. Gli eventi della prima metà del XV secolo contribuirono inoltre al rapporto piuttosto tiepido della maggior parte dei cechi con il cristianesimo e alla loro profonda diffidenza nei confronti dell’istituzione ecclesiastica.

Il pittore e performer Václav Stratil (*1950) è considerato uno dei più importanti artisti cechi degli ultimi cinquant’anni. È apprezzato per la sua costante intransigenza nella pratica artistica e per la capacità di esplorare i limiti di ciò che viene definito arte. Le sue opere sono provocatorie e al tempo stesso profondamente poetiche. Con la serie Řeholní pacient (Il paziente monastico) 1991–1995, per la quale si recava regolarmente da un fotografo con un piano prestabilito su come farsi ritrarre, ha posto se stesso al centro della propria produzione. Ha iniziato a definire queste immagini “fotoperformance” e, nel tempo, ha progressivamente dissolto i confini tra arte e vita. La vita è divenuta performativa — messa in scena attraverso fotografie, disegni, dipinti o canzoni. In particolare nei suoi autoritratti assistiamo al continuo mutare delle sue identità, talvolta persino giorno dopo giorno. Opere nate in modo impulsivo, ricche di paradossi che tuttavia, nel loro insieme, restituiscono l’immagine di una personalità interiormente complessa.

In tutto questo, Václav Stratil è cattolico. Nella sua opera è quindi possibile seguire una linea chiara di esplorazione della propria spiritualità. Essa comprende la parodia del sacro, la messa alla prova di sé, ma anche ascesi, umiltà e un sottile umorismo.

La mostra Primo/Ultimo è la sua prima esposizione in Italia. A Sanguinetto arriva tuttavia come uomo anziano. Nel contesto intimo dello spazio Grand Tour of Alex, si è dunque rivelato naturale tentare di restituire l’immagine del suo rapporto con la spiritualità e la fede attraverso una selezione di opere emblematiche. Da un lato vengono presentati esempi della vasta serie Řeholní pacient (Il paziente monastico), in cui Stratil si avventura nei confini incerti tra fervore religioso, follia e gioco postmoderno. A essa fanno da contrappunto nuovi piccoli disegni a matita e acquerello, con i quali cerca di catturare un sentimento immediato, un pensiero, un’intuizione visiva. Anche in questi lavori emergono frequentemente motivi cristiani, rappresentati talvolta con umiltà e riconciliazione interiore, talvolta con un’irriducibile tensione verso la trasgressione e la provocazione sociale. Come se anche in lui abitasse una traccia dell’eresia ceca, ma allo stesso tempo, attraverso l’atto del peccato, egli verificasse la purezza del proprio rapporto con Dio.

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In 1458, the Italian ecclesiastical diplomat Enea Silvio Piccolomini wrote the Latin treatise Historia Bohemica. Its extraordinary popularity was due not only to the fact that in the same year Piccolomini ascended to the papal throne as Pius II, but also to the unprecedented situation of a country that, for the first time in Western Europe, achieved the coexistence of two Christian confessions. This balance, attained through bloodshed and suffering between two divergent doctrines, came as a shock to Europe. And although Piccolomini himself regarded it as deplorable, he offered his audience an extremely complex and valuable account of it.

Despite the efforts of subsequent centuries, it has never been possible to erase the memory of this historical period from the Czech people. On the contrary, at various moments in history, the Czechs have reinterpreted it, assigning it a fundamental role in the construction of their national identity. The events of the first half of the 15th century also contributed to the rather lukewarm relationship that most Czechs have with Christianity, as well as to their deep distrust of the ecclesiastical institution.

The painter and performer Václav Stratil (*1950) is considered one of the most important Czech artists of the past fifty years. He is appreciated for his unwavering rigor in artistic practice and for his ability to explore the limits of what is defined as art. His works are provocative and at the same time deeply poetic. With the series Řeholní pacient (The Monastic Patient), 1991–1995, for which he regularly visited a photographer with a pre-established plan for how he wished to be portrayed, he placed himself at the center of his own production. He began to define these images as “photoperformances” and, over time, progressively dissolved the boundaries between art and life. Life became performative—staged through photographs, drawings, paintings, or songs. In particular, in his self-portraits we witness the continuous shifting of his identities, sometimes even from one day to the next. Works created impulsively, rich in paradoxes, which nevertheless, taken together, convey the image of an inwardly complex personality.

In all of this, Václav Stratil is a Catholic. In his work, it is therefore possible to trace a clear line of exploration of his own spirituality. This includes the parody of the sacred, self-testing, but also asceticism, humility, and a subtle sense of humor.

The exhibition First/Last is his first show in Italy. However, he arrives in Sanguinetto as an elderly man. Within the intimate context of the Grand Tour of Alex space, it thus felt natural to attempt to convey the image of his relationship with spirituality and faith through a selection of emblematic works. On the one hand, examples from the extensive series Řeholní pacient (The Monastic Patient) are presented, in which Stratil ventures into the uncertain boundaries between religious fervor, madness, and postmodern play. These are counterbalanced by new small drawings in pencil and watercolor, through which he seeks to capture an immediate feeling, a thought, a visual intuition. Christian motifs frequently emerge in these works as well, sometimes represented with humility and inner reconciliation, at other times with an irreducible tension toward transgression and social provocation. As if a trace of Czech heresy also resided within him, yet at the same time, through the act of sin, he tested the purity of his relationship with God.


THE OBSERVER’S VIEW

Adam Líška & Giuseppe Sciortino

20.9. – 12.10.2025

Dal momento che nel mio lavoro hanno sempre giocato un ruolo centrale i sentimenti, un tempo tendevo a una
rappresentazione molto concreta delle mie visioni. Ma sorgeva un problema nei periodi in cui, al risveglio, il sogno
non riaffiorava più nella memoria: in questi casi mi trovavo spesso bloccato davanti a una superficie vuota. Quan-
do invece riuscivo a ricordarlo e a esserne colpito, avevo la sensazione di pensare davvero, e persino di riuscire a
muovermi dentro quel pensiero.
Non mi rendevo conto che ciò che mi era più vicino era in realtà l’attenzione alla realtà di ciò che vedo nello stato
di veglia. Infatti, se non riaffiorano in me momenti o ricordi legati a esperienze vissute, i miei pensieri sono ordinari;
in essi, in fondo, non accade nulla che si discosti dalla realtà.
Se devo parlare di sogni, posso farlo soltanto in quanto memoria del sogno stesso, che durante l’elaborazione suc-
cessiva, da sveglio, torna a trasformarsi in quotidianità. Non avevo realizzato che non sono il tipo di persona per
cui l’autenticità funziona anche nella rappresentazione del sogno. Dopo questa scoperta ho iniziato, nel disegno, a
concentrarmi innanzitutto su ciò che vedo realmente, perché anche attraverso un oggetto comune, di uso quotidi-
ano, è possibile trasferire sulla carta pensieri difficili da descrivere, sensazioni pesanti o ignote, che ho bisogno di
vedere in qualche modo.
Adam Líška

La pittura, mezzo che più di tutti è in grado di articolare lo sguardo, gli permette di esternare gli esiti delle sue
riflessioni in immagini che, oltre l’apparenza di una pittura colta, nascondono imprecisioni, traccheggi, rimostranze
e insicurezze. La pazienza del pittore solitario, sua vera capacità, che poco ha a che spartire con mitologie roman-
tiche, ma forte di una sapienza artigianale costruita in anni di tirocinio, appiana qualsiasi difetto espressionista
sotto la superficie di un dipinto puntiglioso, quasi fiammingo, che nasconde qualsiasi falsa partenza oggi troppo
spesso spacciata per opera finita.
Il tracciato segnico della pittura contemporanea è molto spesso primitivo, istintivo, spontaneo. Sciortino non lo
è: egli è cerebrale, costruito, manierista (nell’accezione positiva e colta del termine), ma non necessariamente in
antitesi con ciò da cui, con tiepida determinazione, si distanzia.
Nell’architettura delle sue opere infatti, qualche ripensamento rimane visibile: sono le tracce della condizione
umana incapace di ottenere una perfezione tanto anelata, a cui Sciortino, finalmente, rinuncia; ne denuncia anzi
l’inesistenza tramite questi quadri i cui difetti (per lo più geometrici: prospettive sbilenche, in corso di appiatti-
mento assonometrico) rimangono appena percepibili.
Ludovico Riviera

Adam Líška è nato nel 1992 a Bratislava. Nel 2021 si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Praga, nell’atelier
del professore Lindovský e del docente Smutný. Ha esposto in Repubblica Ceca e in Slovacchia. La mostra The
Observer’s View rappresenta la sua prima presentazione in Italia.

Giuseppe Sciortino è nato a Palermo nel 1988. Pittore e Insegnante privato. Diplomato presso l’accademia di belle arti
di Firenze nel 2011, città nella quale vive e lavora. Dal 2012 ha iniziato a collaborare con Adriano Bimbi, Mauro Pratesi
e Susanna Ragionieri a diverse residenze d’artista e progetti di Pittura a Firenze e in vari comuni del territorio Toscano..
per ulteriori informazioni – philip.vanco@gmail.com le riproduzioni possono essere utilizzate per scopi promozionali

I SHOULD MUCH RATHER HAVE A HEART

Gréta Fedora Homzová

14.6. – 5.7.2025

„Avevo un cervello e un cuore; e avendoli messi entrambi alla prova, scelgo il cuore.”
– Boscaiolo di Latta


Penso alla guerra, a un mondo in delirio, agli anni Venti, ai Trenta che si avvicinano.
Un’immagine mi attraversa la mente:
un gatto nero, colpito tre volte all’addome;
la colomba della pace trapassata in volo sopra il Cappellaio Matto impazzito.
Ceno con Ana, la migliore amica di tutte le anoressiche e gli anoressici.
Caro Thoreau, quante mani servono per fermare le guerre e sfamare ogni bocca affamata?
Dove si nasconde il dolore in questo paradiso disceso sulla terra?
Dove può andare, se ormai non c’è più posto per lui,
se non esiste alcun simbolo universale che lo rappresenti?
Ci cammina ancora accanto, inciampa goffamente sotto i nostri piedi,
ci urta, a volte cena con noi.
È qui. Sta fianco a fianco con chi amiamo. E aspetta la stessa cosa.
L’essere umano è capace di odiare e di amare. Nient’altro.
Amare, con tutta l’anima; imitare tutto ciò che respira, e anche ciò che non respira;
osservare, guardare in silenziosa meraviglia.
Ogni mattina è diversa, ogni giorno porta qualcosa di nuovo, gratuitamente.
È poco? È tanto? Le domande smarrite mi girano in testa. È poco.
Imito i mattini, dipingo ferite infantili con ferite infantili.
Celebro il canto degli uccelli, cerco di liberarlo da questo caos,
da questa sfortuna, tento di ascoltarlo in questo mondo sporco e bello. E di comprenderlo.
Ma ora chiedo un momento di silenzio.
Che il mondo scorra, che accada ciò che deve accadere,
che io possa solo ascoltare.
Nascondo il dolore tra le braccia. Almeno per un po’.
Lo immergo nella tela: lì è bello, lì nessuno lo giudica, lì non lo guardo mai dall’alto in basso.
Vive, respira a fatica e osserva tutto, in silenzio.
Cerca di capire. Io con lui.
È poco? È tanto?
Per accarezzare tutti gli infelici, nella pittura mi bastano due mani.
A volte mi dona l’illusione di sfamare ogni bocca.
Solo con l’amore… solo con l’amore.

Gréta Fedora Homzová (2003, Bratislava, Slovacchia) ha studiato Grafica e altri media all’Accademia di Belle Arti di Bratislava (2022–2024). Attualmente prosegue i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Praga, nello studio del pittore Josef Bolf. Ha partecipato a numerosi progetti espositivi, sia personali che collettivi, soprattutto in spazi indipendenti a Bratislava. Nel giugno 2024 ha presentato una mostra personale presso la Galleria 19 di Bratislava.


L’essenza documentaria

Jana Ilková & Alexandra Barth
10.5. – 24.5.2025

exhibitions

Il punto di partenza dei dipinti di Alexandra Barth sono per lo più le sue fotografie, che non modifica, conservando quindi l’essenza della loro funzione documentaria. La tecnica dell’aerografo utilizzata (applicazione di particelle fini di vernice con una pistola a spruzzo  una sorta di grana di pigmento), combinata con l’enfasi sulla luce e sui piccoli dettagli, le permette di lavorare con l’impressione della realtà fotografica. Ma stiamo ancora parlando di dipinti: dipinti privi di gesto pittorico e di riproduzione oggettiva della realtà. Di immagini al confine tra fotografia e illusione.La selezione di fotografie di Jana Ilková presentata in questa mostra nasce da una serie continua di annotazioni diaristiche. Ilková “non prende appunti” con uno smartphone, ma utilizza una fotocamera di medio formato. Sfrutta al massimo tutte le potenzialità del mezzo fotografico, che padroneggia con grande competenza: luce, composizione, post produzione. Il risultato, unito alla semplicità dei soggetti, dà vita a immagini dall’estetica sorprendentemente inquieta.Ma non è solo l’estetica del quotidiano a legare le opere in mostra. A mio avviso, la vera chiave di lettura sta nel desiderio condiviso dalle autrici di affinare la nostra capacità di percezione.Un invito a soffermarci sul banale, sull’insignificante, sul trascurabile — in un’epoca in cui sembra avere valore solo ciò che è spettacolare, efficiente e impeccabile.

Alexandra Barth (1989 Malacky, Slovacchia) ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti eDesign di Bratislava (2007 – 2013). Ha esposto in numerosi progetti indipendenti e collettivi,principalmente in gallerie indipendenti a Bratislava. Nel febbraio 2020, ha tenuto una mostrapersonale a Pescara, Italia (Fondazione Zimei), 2021- Chris Sharp Gallery Los Angeles, 2022-A- Sud Gallery Pescara, 2023- Mrs. Gallery New York, 2024- Loom Gallery Milano. Attualmentevive e lavora a Sanguinetto (VR).

Jana Ilková (1978 Topoľčany, Slovacchia) ha studiato fotografia all’Accademia di Belle Artie Design di Bratislava. Ha esposto in numerose mostre personali e collettive in Slovacchia eall’estero. Dal 2010 è docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti e Design di Bratisla-va. Nel 2023 la casa editrice Photoport ha pubblicato la sua pubblicazione monografica„DIARY“. Vive e lavora a Hainburg an der Donau (AT).